Colore. Una biografia di Philip Ball

Non è solo un libro sulla storia dei colori: è un fantastico viaggio tra Arte, Storia e Chimica, ma senza astruse formule, scritto con un linguaggio scorrevole ed avvolgente; un viaggio dove, grazie alla facilità narrativa dell’autore, scopriamo che un particolare pigmento “parla” di sangue e clorofilla, mentre un altro, rievoca lo zolfo e il mercurio tanto ricercato dagli Alchimisti, un altro ancora è ottenuto dallo sbriciolamento dei lapislazzuli (lazurite) ed è per questo che il suo costo è elevatissimo; un viaggio dove ci rendiamo conto di come sia stata la quantità dei colori presenti sulla tavolozza a limitare la creatività dei pittori, con un’ipotesi non molto azzardata: la possibilità di collegare la rivoluzione del Rinascimento Veneziano alla disponibilità di nuovi pigmenti.

Bellissima la narrazione della storia dell’azzurro dove: ”Si prova un certo rammarico nel vedere l’oltremare, l’indiscusso re dei pigmenti del Medioevo, ridotto nel XX secolo a livello di un qualsiasi blu …. “.

Una nota, a margine del libro:

il classico il tubetto di metallo morbido fu inventato nel 1841 da un ritrattista americano di nome John Rand (che lo brevettò): i tubetti di stagno sostituirono così i pacchetti di vescica di maiale, in cui fino ad allora erano conservati i colori ad olio, evitando che questi seccassero troppo velocemente nella loro confezione e fu proprio questa novità che si dimostrò importante per gli Impressionisti che amavano dipingere all’aperto.

Lo stesso Renoir osservò che “senza i tubetti di colore non ci sarebbero stati Cézanne, Monet, Sisley o Pissarro, niente di ciò che i giornalisti avrebbero chiamato Impressionismo” (almeno così si narra).

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