IMPRESSIONE, LEVAR DEL SOLE

IMPRESSIONE, LEVAR DEL SOLE

E’ una delle opere più famose, la troviamo nei poster, negli sfondi del computer, nelle illustrazioni dei libri di arte, in stampe, a quantità industriale che, malamente riprodotte, rendono scarso omaggio ad una tra le opere storicamente più importanti e belle, di Monet.

Claude Monet - Impressione, levar del Sole

Claude Monet – Impressione, levar del Sole, 1872

L’opera fu rubata nel 1985, perchè la bellezza attira i ladri più dell’oro e venne fortunatamente ritrovata, nel 1990. E’ rappresentato il porto di Le Havre all’alba: siamo nel 1872. Due anni dopo, nel 74, il quadro fu esposto, insieme ad altre opere, nello studio del famoso fotografo Nadar alla mostra della “Société anonyme des artistes peintres, sculpteurs et graveurs” , il cui nucleo era formato da Cézanne, Degas, Monet, Pisarro, Renoir e Sisley. Sembra che proprio in occasione di tale mostra, il critico Louis Leroy trasse lo spunto dal titolo di questa opera, per definire sarcasticamente gli artisti che esponevano, con il termine “Impressionisti”.
Il dipinto rivela l’intenzione di rappresentare, non già gli oggetti della realtà esterna, ma piuttosto l’effetto di luci e di colori, appunto l’impressione, che si fissa nell’occhio dell’artista. E’ la luce della Natura che diventa il vero soggetto del quadro: una luce azzurrina e livida, appena colorata di rosa, rappresentata con una serie di accordi tonali delicati, su cui squilla prepotentemente il sole arancione, con il suo riflesso nell’acqua. Il sole rivela, come la descrizione delle barche, l’influsso delle stampe giapponesi, i riflessi nell’acqua, per via dei loro mutamenti, sono un tipico motivo dell’arte impressionista in generale, che cerca di trasporre sulla tela la sostanza lieve ed effimera della luce e dell’atmosfera, della Natura, lavorando all’aria aperta con una tecnica veloce e prensile. Ogni pennellata di colore corrisponde ad un frammento del rapido mutare delle apparenze visive, alla ricerca di una fusione assoluta tra Arte e Natura, quasi che il momento della percezione e quello dell’esecuzione dell’opera dovessero avvicinarsi sino a fondersi insieme.

Louis Leroy, in un articolo del 1874,  così scrive:

Louis Leroy, in Le Chiarivari, 25 aprile 1874
“L’esposizione impressionista”
dal sito: 
http://www.nadar1874.net/critica.html

Oh, fu davvero una giornata tremenda quella in cui osai recarmi alla prima mostra [degli impressionisti] sul boulevard des Capucines assieme a Joseph Vincent, paesaggista, allievo di Bertin, premiato sotto diversi governi.
L’imprudente era andato lì senza pensarci, credeva di vedere della pittura come se ne vede dovunque, buona e cattiva, più cattiva che buona, ma che non attentasse ai buoni costumi artistici, al culto della forma, al rispetto dei maestri. Ah, la forma. Ah, i maestri. Non ne abbiamo più bisogno, mio povero amico! Tutto questo è cambiato.
[…] Il poveretto ansava, sragionando così, pacatamente, e nulla poteva farmi prevedere il penoso incidente che avrebbe provocato la sua visita a quella mostra.
Sopportò persino, senza prendersela di più, la vista delle Barche da pesca che escono dal porto di Le Havre di Monet, forse perché lo strappai a quella pericolosa contemplazione prima che le deleterie figurine in primo piano riuscissero a produrre il loro effetto.
Ebbi purtroppo l’imprudenza di lasciarlo troppo a lungo dinanzi al Bouleoard des Capucines, pure di Monet.
“Ah, ah!” ghignò “questo sì che è riuscito. Eccola qui l’impressione, o altrimenti non capisco nulla; vogliate solo dirmi che cosa rappresentano quelle striscioline nere in basso”.
“Ma” risposi “sono persone che passeggiano”. “Sicché, quando passeggio per il boulevard des Capucines appaio così? Fulmini di Giove: ma, insomma, vi prendete forse gioco di me? […]”
Gettai un’occhiata all’allievo di Bertin, il cui volto era adesso di un rosso cupo. Ebbi il presentimento di una catastrofe imminente; doveva essere Monet a dargli il colpo finale.
“Ah, eccolo, eccolo!” esclamò dinanzi al n. 98. “Che cosa rappresenta questa tela? Guardate il catalogo”.
“Impressione, sole nascente”. “Impressione, ne ero sicuro. Ci dev’essere dell’impressione, là dentro. E che libertà, che disinvoltura nell’esecuzione! La carta da parati allo stato embrionale è ancor più curata di questo dipinto”.
“Ma che avrebbero detto Bidault, Boisselier, Bertin, dinanzi a questa tela importante?”
“Non venitemi a parlare di quegli schifosi pittorucoli!” urlò il povero Vincent.
L’infelice rinnegava i suoi dèi […].
Il vaso, alla fine, traboccò. Il cervello classico del vecchio Vincent, assalito da troppe parti insieme, venne sconvolto del tutto.
Si fermò dinanzi al custode che vigila su tutti quei tesori e, prendendolo per un ritratto, cominciò a farne una critica alquanto rigorosa: “Ma quanto è brutto!” fece, alzando le spalle. “In faccia ha due occhi, un naso e una bocca. Non sono di sicuro gli impressionisti che si sarebbero lasciati andare in tal modo al particolare. Con tutte le cose inutili che il pittore ha sprecato in questa faccia, Monet avrebbe fatto almeno venti custodi”.
“Se circolaste un poco?” gli disse il ritratto. “Lo sentite? Non gli manca neppure la parola. Quel pedante che lo ha dipinto ce ne deve aver messo di tempo per farlo!” E per dare al suo aspetto tutta la serietà che occorreva, il vecchio Vincent si mise a ballare la danza dello scotennatore davanti al guardiano, gridando con voce strozzata:
“Hugh! lo sono nell’impressionismo in marcia, la spatola vendicatrice. Boulevard des Capucines di Monet, la Casa dell’impiccato e l’Olympia moderna di Cézanne! Hugh! Hugh! Hugh”.

 

 

 

 

 

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