Jean Louis Théodore Géricault (1791-1824), approfondisce lo studio delle opere di Michelangelo, di Raffaello e dell’antichità romana. Manifesta un grande interesse per la tragica condizione dei malati di mente e per gli avvenimenti di cronaca. Le sue opere sono caratterizzate da un’efficace e potente resa del movimento.
La zattera della medusa 1819, è un olio su tela, 491×716 cm, conservato a Parigi, Muséè du Louvre. Fu completato quando l’artista aveva appena 27 anni. Il dipinto rappresenta un momento di un fatto di cronaca realmente accaduto, relativo al naufragio della fregata francese Méduse avvenuto il 2 luglio 1816 nei pressi delle secche del Banc d’Arguin, vicino Nouadhibou, in Mauritania. L’opera destò grande scalpore, rendendo nota una drammatica vicenda che mostrava il volto peggiore della società allora dominante in Francia.
A causa di negligenze e decisioni errate da parte del comandante della nave, Hugues Duroy de Chaumareys, la fregata si incagliò su un fondale sabbioso. Dopo alcuni tentativi per disincagliare lo scafo, l’equipaggio abbandonò la nave il 5 luglio 1816 su imbarcazioni di salvataggio. Sulle scialuppe s’imbarcarono 250 persone, tra cui lo stesso de Chaumareys, che non esitò a mettersi in salvo per primo con la moglie e la figlia, gli alti ufficiali ed alcuni notabili con le loro famiglie ed i loro bagagli. I restanti 150 passeggeri, tra marinai, militari, addetti ai servizi, furono obbligati a salire su una zattera di fortuna costruita in fretta con alcune travi della nave legate tra loro, che avrebbe dovuto essere trainata da una delle scialuppe fino alla costa africana. In realtà poco dopo l’inizio della navigazione le funi che la tenevano agganciata alla scialuppa furono recise ed i suoi occupanti vennero abbandonati alla deriva nell’oceano aperto.
<<Lo scandalo scoppiò il 13 settembre, quando il quotidiano antiborbonico Journal des débats pubblicò una relazione dell’ufficiale medico Henri Savigny, uno dei sopravvissuti, che raccontava l’atroce esperienza. La sua, insieme con quella di un altro superstite, l’ingegnere geografo Alexandre Corréard, salito sulla zattera volontariamente per non abbandonare gli uomini che lavoravano con lui, fu la voce che si levò più alta a testimoniare il disastro della Medusa. Il resoconto di un naufragio in cui l’imperizia si era accompagnata a decisioni ciniche e di parte, scritto da Savigny e Corréard, uscì nel 1917 con il titolo Naufragio della fregata Medusa. La memoria metteva in luce l’inettitudine e la codardia del capitano e la violenza e la sopraffazione che regnarono sulla zattera. L’eco della tragedia suscitò un’ondata di sdegno e commozione in Francia: pamphlet, opuscoli e incisioni rievocavano i drammatici eventi in ogni minimo dettaglio. Solo 15 persone furono portate in salvo dal brigantino Argus, il 17 luglio 1816. Quest’ultimo, peraltro, era stato inviato da de Chaumareys non già per soccorrere i naufraghi, ma per recuperare un forziere pieno d’oro che era stato lasciato nello scafo della Medusa.>> (Fonte “Storica National Geographic”)
Géricault scelse accuratamente il soggetto del suo primo grande lavoro, una tragedia che stava avendo risonanza internazionale, forse anche per alimentare l’interesse di un pubblico quanto più vasto possibile, rappresentando il momento dei sopravvissuti sulla zattera di fortuna. Il dipinto una volta esposto al Salon di Parigi del 1819 generò diverse controversie, attirando in misura uguale commenti positivi e feroci condanne.
Solo in seguito questo dipinto fu rivalutato dalla critica, che lo riconobbe come uno dei lavori destinati ad incidere di più sulle tendenze romantiche all’interno della pittura francese. La scena mostra un grande senso di realtà ed i corpi sono concepiti con una solida conoscenza dell’anatomia umana.
La teatralità, l’intesa emotività e la drammaticità che dominano questa opera, sono magistralmente immortalate sulla tela. Sembra che di fronte alla tela il conte Arsène O’Mahony avrebbe esclamato: «Che spettacolo ripugnante, ma che magnifica opera !».
Una curiosità: i giudici dell’epoca condannarono il capitano solo a 2 anni di carcere ed alla radiazione dal registro navale. La legge dell’epoca per questo fattispecie, avrebbe previsto la condanna a morte dell’imputato.
